mercoledì 17 febbraio 2021

L' orto della zia Giacy

L'orto della zia Giacy era un campo di battaglia.
Letteralmente: era il luogo in cui si consumavano le dispute familiari. 
La zia G., in qualità di legittima proprietaria,  ne curava le semine e i raccolti.
Era lei a regolarne gli accessi ed il diritto di stendere i panni al suo interno.
Divieto assoluto per noi bambini di avvicinarci, a meno che non scortati da un adulto.
Una rete di metallo e un cancelletto cigolante ne stabilivano i confini.
Un misterioso "sensore invisibile" era in grado di percepire ogni minimo tentativo di intrusione.
All'istante la zia G. appariva sulla soglia di casa, mani ai fianchi e occhi di ghiaccio, che da soli bastavano a risolvere al volo il misfatto ( n.d.r. il solo pensare di varcare la soglia dell'orto era già considerato " misfatto"!)
I rettangoli  coltivati  erano delimitati da piastrelle ben conficcate   a terra. Il loro susseguirsi pareva la cresta di un drago. Solo questo particolare in parte spiega il divieto di accesso imposto a noi bambini.
Ma come non infrangere questa regola quando si   giocava a nascondino?
Il più delle volte le nostre bravate ( comprese le corse a filo con le piastrelle) riuscivano ad anticipare di qualche minuto l'uscita della zia G..
L'esser sorpresi in qualità di clandestini nel regno proibito, dava il via alle dispute  familiari di cui sopra.
In pochi secondi:
1) la zia G. ci minaccia a suon di scopa sguainata ( la zia G. viaggiava sempre con una scopa al suo fianco)
2) l'intero parentado  si affaccia alle finestre, immaginando chissà quale scenario catastrofico
3) scambio di vedute rigorosamente in dialetto fra zia G. e  nonna P. che prende le  nostre difese
4) mia madre "che prende atto, si scusa e formula la frase di rito - con voi   poi sistemiamo i conti- 
5) la cugina di mio padre ( oggi verrebbe denominata "single")  si unisce ai barriti della zia G. per  non perdere il diritto di stendere i panni
6) braccia levate al cielo della zia L. ( trenta chili d'ossa, ma una grinta da generale di corpo d'armata)
7) l' arrivo - che tempismo! - di mio padre dal lavoro che, dopo  ore trascorse nel traffico  degno di un Cynar viene chiamato in causa, quale responsabile di noi terribili monelli.

Riuscire  ad entrare nell'orto scortati non era affare di tutti i giorni.
La mamma era sempre indaffarata.
La cugina di mio padre era come G.Cesare...e non voleva responsabilità
La zia L. aveva il caffè da preparare-il calzino da rammendare- i suoi lunghi capelli da impomatare ed intrecciare.
La nonna P. non era autorizzata ad autorizzare.

Bisognava allora esser abili e sfruttare le giornate di buon umore ( rare) della zia Giacy.
Quando ero sola, l'impresa era un tantino più semplice e tale privilegio   rimane ancora inciso nel mio cuore, fra i ricordi più belli della mia infanzia.
Ero autorizzata ad assistere al controllo delle piantine di verdure; poteva anche capitare che fossi incaricata di valutare il grado di maturazione di rapanelli e carote. Dalla terra, direttamente alla mia bocca: giusto una scrollatina e - a volte - un veloce passaggio sotto l'acqua.
Ho  zappato - più o meno correttamente -; ripulito dalle erbacce; trapiantato... Se non fosse che ero io ad implorare di farmi provare l'ebrezza di coltivare verdure nell'orto, si sarebbe potuto intravedere una sottile forma di sfruttamento. Ma così non era e, ripeto, mi ritengo fortunata ad aver avuto Giacy come zia!
In quei frangenti, la seguivo in rispettoso silenzio.
Non era necessario porle domande sui segreti del suo orto che ogni anno donava frutti e verdure: era lei a spiegare il necessario, se necessario.
Il tour si concludeva con l'accesso al pollaio.
Poche e chiare regole di comportamento da seguire, per evitare di far morire d'infarto le sue amate galline.
Lei sosteneva che i bambini in questo ( far morire di infarto le galline), fossero maestri!
Lei che, a fine carriera, le appendeva a testa in giù e dava loro un veloce colpo di grazia. Ma questo è tutto un altro discorso...
Il premio più ambito: raccogliere le uova appena deposte.
Inorridisco - ora - al solo pensiero...ma da bambina era un momento davvero speciale.
Entrare cautamente nella zona della cova, cercare di non incrociare lo sguardo con la gallina - sentinella ( una nanetta d'assalto che proteggeva le sue sorelle a suon di beccate e strilli)
Spostare delicatamente la covatrice di turno per afferrare il premio.
La prima volta, per timore che mi scivolasse, lo strinsi con troppo vigore... scontata  la reazione della zia G.!

a.t.

17 febbraio 2021 - La vita che si rinnova

 

La vita continua.
Il tuo regalo, ogni anno, si rinnova.

a.t.




mercoledì 29 luglio 2020

Gli anni che non hai compiuto



A luglio di anni ne avresti compiuti novanta.
Nella mia mente parte il filmino di quale sarebbe stata la tua reazione.
Già  al traguardo dei settanta avresti voluto presentarti con un po' di ritardo.
A quello degli ottanta avevi sbottato che "erano troppi e non te li meritavi" e che la vita aveva iniziato a scorrere troppo velocemente per i tuoi gusti.
 " Ho ancora un sacco di cose da sistemare e ora che mi tocca farle più lentamente, perché sono vecchio, le giornate  fuggono via come il vento".
In questo momento sono invece i miei di ricordi a sfumare. Gli unici che restano nitidi, quasi per beffa, sono quelli dei tuoi aneddoti, delle storielle che eri solito raccontare durante le "riunioni di famiglia". Per beffa...perché a volte il tuo  ripeterli mi faceva alzare gli occhi al cielo, ed ora invece mi mancano immensamente.
Tu, e la storia del bambino che trovava un topolino nella dispensa della cucina.
Storia che a me faceva inorridire: "Come un topo? ...ma papà!?!". "Certo, un topolino. E il bambino poi ogni giorno gli dava da mangiare, per non farlo morire".
E quella del bambino, sempre lo stesso, che  portava il pranzo al padre  che non poteva tornare a casa per via del suo lavoro e che percorreva da solo chilometri sotto la neve, la pioggia o il sole battente. Storie strappa-lacrime, commoventi, che tu raccontavi con un velo negli occhi, come se fosse stata tua quella vita, mentre io ti chiedevo qualcosa di più allegro.
Allora partivi con i ricordi del "tempo della guerra", delle fughe durante gli allarmi che scattavano di notte, del periodo degli sfollati, dei conigli che allevavi di nascosto nel retro del garage.
"Papà, ma poi li mangiavi?" ...e già conoscevo a memoria la tua risposta.
Epico il riassunto dell'uscita in barca con i tuoi fratelli, farcito ogni volta di nuovi dettagli  che lo trasformavano in un romanzo. A turno, era sempre un fratello diverso a finire in acqua!
Ho poi nel cuore la descrizione minuziosa delle tue notti insonni di adolescente, per via del nonno che dormiva nella stanza sotto la tua.  
Teneva un bastone vicino al letto, con il quale colpiva il soffitto per chiamarti quando aveva bisogno.
Io l'ho conosciuto   solo attraverso le tue parole e le rare fotografie, ma è come se avesse fatto sempre parte della mia vita concretamente.
Quel mitico uomo, alto come un granatiere, che girava per il cortile con gli zoccoli di legno... per i quali era stato necessario intagliare il tronco in un intero albero
Più volte sono stata nella stanza alta oltre tre metri  dove lui dormiva, cercando di ricostruire la scena  di come avesse potuto compiere l'ardua manovra di colpire ripetutamente il soffitto con il suo bastone.

Mille racconti stanno prendendo vita nella mia mente e sorrido ripensando a quello che per me era il più terribile di tutti: la morte della mucca di tuo zio G.
Ecco che ritorna la cruenta   scena del corpo di quel povero animale sparpagliato ovunque nella stalla.
Risento la tua voce, l'incalzare del tuo racconto a me perfettamente noto e che pure tutte le volte mi teneva in sospeso fino al tragico epilogo.
Un gruppo di fratelli un po' beoti, ognuno dei quali pensava di fare il proprio dovere dando ogni sera da mangiare alla povera mucca, l'uno all'insaputa dell'altro...fino al punto in cui...e lì il boato della tua voce a farmi fermare il cuore per qualche istante, prima di inorridire alla minuziosa  descrizione dei pezzi di mucca finiti ogni dove.
Che siano stati veri o no questi episodi, poco importava allora e ancor meno importa adesso.
Buon non-compleanno, papi.
a.t.

venerdì 17 aprile 2020

Delle folle e dei ricordi



La vita di mio padre è sempre stata caratterizzata dal rigore. Non so giudicare quanto il suo contesto familiare abbia influito, né quanto il periodo della guerra lo abbia plasmato.
Un dato era certo: il ferreo trinomio “casa-famiglia- lavoro”.
Mio padre era quello del “piano A”: tutto doveva essere programmato, ogni passo studiato preventivamente, ogni decisione ponderata.
Mia madre, da che ricordo, ha sempre avuto poco spazio per le repliche, vista l’impossibilita di pensare ad un “piano B”.
Se mai le necessità avessero portato ad intraprendere una via diversa da quella prevista, mio padre l’avrebbe comunque ribattezzata” piano A-bis”.
Si dice che le eccezioni confermino la regola: mai affermazione più azzeccata.
Quando dunque mio padre sceglieva la via delle eccezioni, ecco che l’intera nostra famiglia era travolta da un’ondata di energia irrefrenabile. Noi figli assistevamo allo stravolgimento della regola con emozione mista a meraviglia. Nostra madre solitamente veniva colta da immediato mutismo.
Premetto che mio padre ha sempre disertato i luoghi troppo affollati e rumorosi.
Il suo lavoro lo portava a un contatto quotidiano con la gente e il traffico delle città. Quando era di riposo, si trasformava in un monaco zen.
Quella volta in cui 
 ( parlo di qualche annetto fa…)ci propose di “andare tutti insieme alla Fiera Campionaria di Milano”, la più faraonica delle manifestazioni meneghine che radunava il mondo in una distesa di padiglioni, restò per noi alla storia.
Io avevo tredici anni, ma mi ricordo alla perfezione il suo entusiasmo, la sua voglia di vedere tutto il possibile. Ci trascinava da uno stand all’altro, raccoglieva dépliant, adesivi, chiedeva informazioni, gioiva per il semplice fatto di trovarsi immerso in un flusso di mondo a lui sconosciuto.
Scoprì che in Francia producevano un formaggio che lui definì celestiale e che da allora non mancò più dalla nostra tavola.
Quando cerco fra i miei ricordi un’immagine di mio padre sereno, allegro, felice, ecco che riemerge quella giornata speciale.
Ma il vero scopo di questa  folle avventura era di preparare la mamma ad un suo sogno: comprare una roulotte, per poter finalmente trascorrere le vacanze senza il vincolo degli alberghi.
Così, quale fosse il più esperto in materia o un agente di vendita, la fece entrare in non so quante roulotte esposte ed iniziò a decantarne i pregi, i comfort.
Chissà se mia madre mangiò la foglia quel giorno? Certamente le andò di traverso quando, solo un mese dopo, mio padre rese partecipe la famiglia della sua decisione di far omologare il gancio traino alla sua macchina.

a.t.

mercoledì 12 febbraio 2020

12 febbraio 2020 - Torneranno i colori



Torneranno i colori anche quest'anno.
Torneranno i fiori che ogni anno illuminavano il nostro giardino.
I bulbi che in autunno consegnavi alla terra hanno già infranto il suolo.
a.t.




martedì 3 dicembre 2019

3 dicembre 2019 - ancora ricordi


Ultimamente avevi preso il posto del nonno, a capotavola. Il suo trono: come, scherzando, lo definivi.
Ti piaceva avere il controllo visivo della tavolata.
Probabilmente una deformazione professionale o forse, più semplicemente, carattere.
Anni e anni in mezzo al traffico; gli occhi pronti; l'attenzione a mille.
Si apre dicembre anche quest'anno: un altro in tua assenza.
Un altro, per sempre, senza.

Nei miei Natali di bambina arrivavi, con  il nonno e lo zio, sempre sul filo del rasoio.
Il lavoro vi accomunava e la nonna bolliva nell'attesa, insieme ai suoi ravioli.
Pronti-via: quando la porta si apriva e voi varcavate la soglia, il Natale aveva finalmente inizio, in un gran baccano di voci, battute, schermaglie.
Il Santo Natale con il cestino delle arachidi posto accanto al Presepe.
Con i pacchi regalo disseminati ovunque e già aperti.
Con il cappello  del nonno che diventava prezioso nelle mani di noi bambini.
Poesia post pranzo, in bilico sulla seggiola e giro parenti per la "generosa questua".
a.t.

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giovedì 4 luglio 2019

3 luglio 2019 - Voci




Trasferire file; ripulire il computer; riordinare le cartelle, le foto, gli appunti in word, è un po' come intraprendere un viaggio nel passato.
Apro un file archiviato senza nome ed una bomba ( resto in tema) mi esplode nel cuore. Una vecchia registrazione, di almeno venticinque fa.
C'è la voce ancora bianca di mio figlio che intervista, per la scuola, il nonno.
Il nonno è mio padre.

Le sue risposte sono molto pacate, quasi neutre; immagino per non turbare eccessivamente il nipote che ha la stessa età di quando lui conobbe "Madama La Guerra".  Dieci anni.
Mio padre parla di “quella guerra” che ogni tanto aveva raccontato anche a me  con molta più durezza.
La registrazione dura pochi minuti, sufficienti a farmi arrestare il cuore. 

Ne riporto il testo, perché ne resti traccia.
A. - Oggi intervisterò il nonno sulle vicende della II Guerra Mondiale.
All’inizio della guerra che cosa è successo e quale è stata la reazione della tua famiglia?

Nonno F.- Mi ricordo che proprio durante una delle prime notti dopo l’inizio della guerra, nel 1940, c’è stato un bombardamento a Monza nella zona di San Biagio e noi abbiamo provato uno spavento fortissimo.
Non sapevamo esattamente cosa stesse accadendo. Io avevo circa dieci anni e ho questo ricordo della casa che tremava. Ci siamo rifugiati in cantina. I bombardamenti sono durati qualche giorno. Poi Monza è tornata relativamente tranquilla.

A. - La scuola continuava regolarmente?
Nonno F. - La scuola non è mai stata interrotta, ma, dopo i bombardamenti dei primi giorni i miei genitori erano preoccupati per me e per mio fratello, che aveva solo due anni, e hanno deciso di portarci dai nostri parenti in Valsassina. Qui siamo rimasti circa due anni. In quella zona la guerra si è sentita in modo marginale. I nostri parenti avevano terre e una sessantina di mucche. Anche noi eravano coinvolti nella loro attività: aiutavamo nei campi; si tagliava il fieno; davamo una mano nella stalla;

A. - Avete avuto problemi a procurarvi il cibo durante la guerra?
Nonno F. - Non durante il periodo in cui siamo stati ospiti ( “sfollati” come si usava dire) Il cibo non mancava mai. Quando però siamo tornati a Monza, la situazione era drammatica. Mancava tutto; i generi di prima necessità erano tesserati. Giornalmente c’erano quantitativi stabiliti di pane/latte/farina/zucchero/ carne ( quando c’era)... che ogni famiglia poteva acquistare.

A. - Dove andavate a procurarvi il cibo?
Nonno F. - C’erano piccoli negozi di quartiere dove, presentando le tessere, si poteva acquistare cibo razionato. Chi aveva amici o conoscenti contadini poteva sperare in qualche prodotto in più. Poi c’era “borsa nera”...

A. - Quando siete tornati a Monza, di notte vi è mai capitato di svegliarvi a causa dei bombardamenti?
Nonno F. - Purtroppo si andava a letto vestiti. La mia mamma aveva il terrore dei bombardamenti e nonostante avessimo fatto rinforzare la cantina, non voleva saperne di rifugiarsi lì. Quando suonava l’allarme, scendevamo di corsa in cortile, prendevamo la bicicletta. Lei caricava la sua mamma e io mettevo sulla canna il mio fratellino. Mio padre e mio nonno, invece, restavano a casa. Arrivavamo quasi fino a Concorezzo, percorrendo circa un paio di chilometri: lì c’erano dei campi con degli avvallamenti che ci permettevano di stare nascosti. Dopo il cessato allarme facevamo ritorno a casa. Mi ricordo che c’è stato un periodo in cui gli allarmi erano cinque o sei ogni notte.

A. - Ti ricordi un episodio particolare della guerra?
Nonno F. - Ho questo ricordo particolare. La guerra stava per finire. Era Natale. Verso mezzogiorno suona l’allarme. In quel periodo arrivavano sempre due o tre aerei piccoli che sorvolavano la città, spesso scendendo in picchiata. Portavano un carico di due bombe alla volta. Dalla nostra casa si vedeva il centro ( non c’erano tutti i palazzi che vedi ora). Ricordo che uno di questi aerei, dopo una virata, ha sganciato una bomba che ha colpito in pieno una casa in riva al Lambro, in via Ghilini. Ci sono state due vittime. Una di queste era il postino che conoscevo, perché veniva a distribuire la posta nella nostra zona.

A. - Cosa ti ricordi dell’arrivo degli Americani?
Nonno F.- Ricordo giorni di grande confusione per le vie della città. Io ero piccolo e non mi era ben chiara la situazione. Ho assistito ad alcune fucilazioni in quei giorni. Il portinaio della GIL, per il suoi trascorsi politici, è stato giustiziato in via Messa davanti ad una folla di persone.
Ricordo poi il passaggio degli americani in via Lecco. Erano sui loro carri armati e sulle jeep. La gente li accoglieva esultando. I soldati ci lanciavano caramelle, “cicche americane”, sigarette. Sai...il sapore di quelle caramelle non l’ho più dimenticato: sapevano di acido fenico...
a.t.