L'orto della zia Giacy era un campo di battaglia.
Letteralmente: era il luogo in cui si consumavano le dispute familiari.
La zia G., in qualità di legittima proprietaria, ne curava le semine e i raccolti.
Era lei a regolarne gli accessi ed il diritto di stendere i panni al suo interno.
Divieto assoluto per noi bambini di avvicinarci, a meno che non scortati da un adulto.
Una rete di metallo e un cancelletto cigolante ne stabilivano i confini.
Un misterioso "sensore invisibile" era in grado di percepire ogni minimo tentativo di intrusione.
All'istante la zia G. appariva sulla soglia di casa, mani ai fianchi e occhi di ghiaccio, che da soli bastavano a risolvere al volo il misfatto ( n.d.r. il solo pensare di varcare la soglia dell'orto era già considerato " misfatto"!)
I rettangoli coltivati erano delimitati da piastrelle ben conficcate a terra. Il loro susseguirsi pareva la cresta di un drago. Solo questo particolare in parte spiega il divieto di accesso imposto a noi bambini.
Ma come non infrangere questa regola quando si giocava a nascondino?
Il più delle volte le nostre bravate ( comprese le corse a filo con le piastrelle) riuscivano ad anticipare di qualche minuto l'uscita della zia G..
L'esser sorpresi in qualità di clandestini nel regno proibito, dava il via alle dispute familiari di cui sopra.
In pochi secondi:
1) la zia G. ci minaccia a suon di scopa sguainata ( la zia G. viaggiava sempre con una scopa al suo fianco)
2) l'intero parentado si affaccia alle finestre, immaginando chissà quale scenario catastrofico
3) scambio di vedute rigorosamente in dialetto fra zia G. e nonna P. che prende le nostre difese
4) mia madre "che prende atto, si scusa e formula la frase di rito - con voi poi sistemiamo i conti-
5) la cugina di mio padre ( oggi verrebbe denominata "single") si unisce ai barriti della zia G. per non perdere il diritto di stendere i panni
6) braccia levate al cielo della zia L. ( trenta chili d'ossa, ma una grinta da generale di corpo d'armata)
7) l' arrivo - che tempismo! - di mio padre dal lavoro che, dopo ore trascorse nel traffico degno di un Cynar viene chiamato in causa, quale responsabile di noi terribili monelli.
Riuscire ad entrare nell'orto scortati non era affare di tutti i giorni.
La mamma era sempre indaffarata.
La cugina di mio padre era come G.Cesare...e non voleva responsabilità
La zia L. aveva il caffè da preparare-il calzino da rammendare- i suoi lunghi capelli da impomatare ed intrecciare.
La nonna P. non era autorizzata ad autorizzare.
Bisognava allora esser abili e sfruttare le giornate di buon umore ( rare) della zia Giacy.
Quando ero sola, l'impresa era un tantino più semplice e tale privilegio rimane ancora inciso nel mio cuore, fra i ricordi più belli della mia infanzia.
Ero autorizzata ad assistere al controllo delle piantine di verdure; poteva anche capitare che fossi incaricata di valutare il grado di maturazione di rapanelli e carote. Dalla terra, direttamente alla mia bocca: giusto una scrollatina e - a volte - un veloce passaggio sotto l'acqua.
Ho zappato - più o meno correttamente -; ripulito dalle erbacce; trapiantato... Se non fosse che ero io ad implorare di farmi provare l'ebrezza di coltivare verdure nell'orto, si sarebbe potuto intravedere una sottile forma di sfruttamento. Ma così non era e, ripeto, mi ritengo fortunata ad aver avuto Giacy come zia!
In quei frangenti, la seguivo in rispettoso silenzio.
Non era necessario porle domande sui segreti del suo orto che ogni anno donava frutti e verdure: era lei a spiegare il necessario, se necessario.
Il tour si concludeva con l'accesso al pollaio.
Poche e chiare regole di comportamento da seguire, per evitare di far morire d'infarto le sue amate galline.
Lei sosteneva che i bambini in questo ( far morire di infarto le galline), fossero maestri!
Lei che, a fine carriera, le appendeva a testa in giù e dava loro un veloce colpo di grazia. Ma questo è tutto un altro discorso...
Il premio più ambito: raccogliere le uova appena deposte.
Inorridisco - ora - al solo pensiero...ma da bambina era un momento davvero speciale.
Entrare cautamente nella zona della cova, cercare di non incrociare lo sguardo con la gallina - sentinella ( una nanetta d'assalto che proteggeva le sue sorelle a suon di beccate e strilli)
Spostare delicatamente la covatrice di turno per afferrare il premio.
La prima volta, per timore che mi scivolasse, lo strinsi con troppo vigore... scontata la reazione della zia G.!
a.t.

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