martedì 17 aprile 2018

"...quando c'era la guerra..."



(…) La guerra aveva lasciato un solco profondo nella tua vita, una ferita dalla quale emergevano spesso ricordi dal sapore amaro. Ti sorprese quando eri ancora un bambino e ti costrinse a crescere in fretta, a convivere con la paura e con la fame.
Il fatto di vivere in una zona della città allora periferica, mi dicevi, era un vantaggio. Avevate un piccolo orto dove ora ci sono i garage. Lì, sotto una tettoia, avevi costruito le gabbie dei conigli, che tenevi nascoste con rami e fogliame.
I tuoi racconti si coloravano ogni volta di dettagli in più, ma la sostanza restava sempre quella: la fame aveva acuito il tuo innato ingegno.
Ogni giorno, con lo zio di otto anni più piccolo di te, ti recavi al Parco o lungo le campagne, che ai quei tempi circondavano ancora il nostro quartiere, in cerca di erba per i tuoi conigli. Nessuno doveva sapere di quel tuo armeggiare clandestino: le cantine e i depositi dei civili erano periodicamente razziate dai militari.
E poi le sirene degli allarmi che suonavano all’improvviso, anche di notte, spesso anticipate dal passaggio dell’aereo di ricognizione, che per tutti era “Pippo”.
Nessun rifugio antiaereo nelle nostre vie.
Che fosse giorno o notte, il rituale si ripeteva ogni volta: una corsa giù per le scale, tu, tua madre, la nonna e il fratellino. La bici inforcata al volo, uno scialle per ripararsi e via lungo viale Libertà, verso le campagne.
Bersagli mobili con il cuore a mille.
Riversi lungo i canali, voi e tanti altri disperati.
Gli aerei che passano a bassa quota, puntando su Milano e la tua voce rotta, ogni volta, da un’emozione che non era riuscita a guarire.
"Mancava tutto", mi ripetevi ogni volta. "Il cibo era razionato".
Tu avevi parenti che abitavano fuori Monza. Erano contadini. Con la bicicletta, da solo, andavi a far provviste clandestinamente, nascondendo nella cartella della scuola la preziosa merce. “Ero così piccolo e così sicuro che nessuno mi avrebbe mai fermato”.
E quando si avvicinava l’autunno tu, come tanti altri, nel Parco a far legna.
Stiano muti gli ambientalisti!
Tu con una corda e un peso legato ad un capo, andavi a scegliere i rami più secchi e avevi imparato a riconoscere i legni migliori da ardere.
Un viaggio dopo l’altro, per la sopravvivenza.
E i mesi passati in esilio forzato da altri parenti, in montagna.
 “Eravamo sfollati”.
Questo termine mi mette ancora i brividi.
Passavamo il nostro tempo nei campi ad aiutare i parenti che ci avevano ospitato, ma almeno un pasto era assicurato. E poi la sera tutti nella stalla, al caldo, seduti in cerchio, ad ascoltare i racconti dello zio G. Quell’anno fui rasato a zero: eravamo pieni di pidocchi come fossimo animali.
 Guardo una foto sbiadita che ti ritae, padre,  seduto sull’erba accanto alla nonna e ad altri parenti che non conosco. Hai davvero la testa rasata, ma preferisco non pubblicare quello scatto. Voglio ricordarti in tutta la  tua folta capigliatura.
 "Sai, ero l'invidia del mio amico E.!" mi ripetevi spesso(…)
a.t.

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