(photo web)
Hai sempre raccontato molto di te, divagando dai ricordi d’infanzia agli aneddoti capitati durante le tue giornate di lavoro.
Oggi le tue parole sono strette in un gomitolo che sto cercando di dipanare. Mi pare di non aver prestato abbastanza attenzione quando avrei dovuto.
Ho perso troppi dettagli della tua vita. Buchi temporali, nomi, luoghi che ti sono appartenuti e che ora non ritrovo più.
Sono come un respiro trattenuto prima di compiere un salto. Il respiro si libera nell’atto stesso di lanciarsi nel vuoto, ma poi si dissolve in quella legge di gravità che ci vuole tutti ancorati al suolo.
Sei nato e vissuto sempre nella stessa casa.
Fa quasi impressione pensare a ottanta e più anni con le radici a cercare linfa ogni istante nello stesso punto.
Ti immagino come un gelso, una delle piante che riempivano i tuoi racconti bucolici, quando nella cerchia del tuo narrare includevi i parenti più lontani, quelli che vivevano in campagna, quelli che allevavano bachi da seta.
Sai, pochi giorni prima del tuo crollo avevo visitato un museo molto particolare a Soncino, in cui avevo visto con i miei occhi quello che mi avevi più volte spiegato.
Sulla mensola, in un bicchiere di vetro, tre bozzoli che non ho fatto in tempo a mostrarti.
Tu, come un gelso, creatura forte e generosa, resistente alle variabili del tempo, dal tronco possente e radici robuste , capaci di contenere il terreno.
Contenere: un verbo che ti apparteneva.
Avresti voluto contenere tutto il mondo di chi ti stava accanto, farti carico dei pesi, filtrare ogni male…
Un abbraccio talvolta invadente.
Prendere o lasciare. Tu eri così.
Attorno a te il quartiere ha preso forma negli anni. O, forse, ne ha perso la sua forma originale, come spesso puntualizzavi.
Le strade, ora rigurgitanti di auto e racchiuse dalla continuità dei palazzi, un tempo erano teatro dei tuoi giochi.
Poche le abitazioni, rari i passaggi di automobili, molti i terreni liberi. XXX: ricordo il nome di questo tuo amico di cui non ho un viso da associare, nonostante lo abbia visto più volte.
La memoria cancella indizi, o forse, benevolmente, li nasconde.
XXX, il ragazzo che invidiava la tua chioma ribelle da leone.
Quello con cui hai trascorso tante ore a giocare alla “lippa”, una sorta di baseball nostrano di cui elencavi strane regole, incise a canovaccio.
La scelta scrupolosa dei legni da utilizzare per dar vita, ognuno con le proprie mani, ad una mazza e all’oggetto da colpire, un cilindro con due punte ai lati.
Chiudo gli occhi e divento spettatrice di una delle tante sfide: un colpo secco ad una delle punte del cilindro posto all’interno di un cerchio tracciato a terra.
Il legno si solleva roteando; un secondo colpo per centrarlo e spedirlo il più lontano possibile.
La direzione poco conta; l’importante è la distanza.
Già. La distanza…
a.t.

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