In un gioco a ritroso nel tempo, cerco la prima immagine che ho di te e che non sia in qualche modo legata ad una foto.
Mi ritrovo allora nella mia stanza, nel pieno di un ricordo sbiadito che, nonostante tutti gli anni trascorsi, resta indelebile pur nei suoi contorni sfumati.
Io nel lettino di metallo con le sponde di rete sollevate, tu chino su di me a cercare di calmare il mio pianto.
Non avevo ancora tre anni.
La parotite in pieno.
Era appena nato M.
La catena di sensazioni è solidissima: la tua mano che mi rassicura, la tua voce che sento ancora nitidamente, il mio dolore che per un po’ scompare.
Tanti anni dopo, durante una seduta di training autogeno, mi fu chiesto di agganciare la mia mente ad un pensiero capace di rilassarmi, una sorta di àncora di salvataggio, di baia sicura.
Io lo possedevo da sempre “quel pensiero”, da quel giorno lontano, da quel tuo semplice tocco di mano.
Torno indietro nel tempo, un passo ancora, a quella corsa in auto.
Mi ero appena disarticolata una spalla lasciandomi penzolare come una scimmia, mentre ero mano nella mano della mamma. Rivedo la rampa di scale che portava a casa, il mio cappotto rosso, tu che mi porti in braccio fino all'auto. Sento il dolore di allora, la tua voce, la voce della signora “XXX”, la mitica signora "XXX" che aggiustava arti e schiene con un paio di sapienti manovre.
Una stanza piccola, un lettino o forse il ripiano di un mobile, la finestra alle mie spalle. Nella testa ho ancora il mio pianto acuto, particolare attorno al quale tu in seguito scherzasti sempre.
Sì, perché il nomignolo con il quale mi ribattezzasti quel giorno e che hai continuato ad appiopparmi fino all’ultimo, nonostante il mio imbarazzo, mi legava ad un personaggio del Carosello – Tata – che aveva un singolare modo di piangere…
Clack: la mia spalla torna come nuova e il ricordo svanisce lì, nel nulla.
Un altro frammento, che non riesco però a collocare sulla linea del tempo. Probabilmente avrò avuto quattro anni, perché poi imparai a sciare e abbandonai per sempre lo slittino rosso che avevo ricevuto in dono a Natale.
Rivedo un campo innevato: eravamo dai nostri parenti di Maggio.
Inizia la mia discesa e quel ricordo ogni volta mi porta un sussulto al cuore.
Tu che gridi di fermarmi, io che non ti ascolto, come rapita dal rumore del vento che mi si stampa sulla faccia.
Poi non so come, mi ritrovo in un cumulo di neve fresca e poco dopo arrivi tu, trafelato.
Non ho più memoria delle tue parole, ma solo un lampo di pochi attimi in cui siamo a pochi metri da un profondo avvallamento e tu mi tieni stretta per la mano.

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