lunedì 28 maggio 2018

Le braccia aperte, lo sguardo al cielo



Frammenti che irrompono all’improvviso.
Così sono i ricordi: fragili e dai contorni imperfetti, come luci che si diramano nel buio della notte, incapaci di illuminare il tutto.
Scrivo, per curare la ferita.
Scrivo per dare ordine alle emozioni.
Scrivo per paura di dimenticare.
Mi ritrovo come appena sveglia da un sogno, nell’attimo stesso in cui si percepisce il suo svanire.

(…)amavi il mare e ti lasciavi cullare dalle sue onde, le braccia aperte, lo sguardo al cielo.
I tuoi trionfali ingressi in acqua si ripetevano come clichè.
Dieci minuti sotto l’ombrellone; il lento avvicinarti alla riva; una carezza alla prima onda che ti lambiva ed un sorriso seguito da un fragoroso tuffo.
Qualche bracciata a stile, trattenendo il respiro e poi la mezza rotazione che ti portava sul dorso.
Non ho mai capito quale legge fisica ti permettesse di restare a galla. Il tuo nuoto era l’antitesi del gesto atletico, eppure ti portava in pochi secondi ad una distanza ragguardevole dalla riva.
Ti rivedo nell’istante in cui la schiuma bianca che ti avvolgeva in toto tornava a confondersi con il blu del mare: le braccia aperte e lo sguardo al cielo (...)
a.t.


martedì 22 maggio 2018

Appunti sparsi nella memoria



(…)Non so quanto fosse reale il racconto di quell’uccellino che salvasti da morte certa.
Non so quanto di scientifico ci possa essere stato nel tuo agire di allora.
L’ho sempre preso come una delle tante verità assolute e incontestabili, di cui si è nutrita la mia infanzia.
In tempo di guerra…” e già il dettaglio ti colloca nella striscia del tempo e ti attribuisce un’età fra i dieci e i quattordici anni “…salvai un passerotto caduto dal nido, alimentandolo con pane e acqua. Gli preparai un nido. Mi aiutavo con un bastoncino per porgergli il cibo. Mi affezionai a lui e lui a me. Diventammo inseparabili. Ogni volta che lo richiamavo, lui arrivava e si posava sulla mia spalla.
Questo aspetto molto francescano del tuo carattere è fuori discussione e anche le mille contraddizioni delle quali ti chiedevo spesso spiegazione.
Non sei mai andato a caccia, ma eri un pescatore incallito.
Allevavi amorevolmente i conigli e poi te ne cibavi.
Lascio appese sul filo dei sospesi queste mie elucubrazioni che non ebbero e non avranno mai risposte e torno al tuo amore per tutte le creature in volo.
Conoscevi il canto degli uccelli, riconoscevi uno ad uno quelli che giornalmente transitavano nel nostro giardino e li chiamavi per nome. 

Quando da piccola ti chiedevo di svelarmi il segreto per poter addestrare un uccellino, la tua risposta era sempre la stessa.
Mi ci sono voluti anni per capire che mi stavi amorevolmente prendendo per i fondelli. Non sai quanti "pizzichi di sale" ho tentato di posare sulla coda dei tanti passerotti, nostri ignari ospiti.
Una volta raggiunta l'età della   pensione , quando ti dedicasti agli hobby più astrusi che avessi mai potuto immaginare per te, una delle tue prime creazioni fu una casetta per gli uccellini, che appendesti al tronco di un vecchio prugno.
Dotata di griglia speciale anti piccioni, pareva una villetta in classe energetica A. 

Ogni giorno il tuo quotidiano rito della preparazione dei semi da posare nella casetta e il tuo imprecare contro i miei gatti che, mossi da istinto primordiale, ben gradivano l’arrivo di tanti volatili. 
Spostasti l'installazione sempre più in alto, "contestando" ai miei crudeli gatti   l'illegittimo stato di   predatori e, nel contempo, di gatti domestici.  (…)
a.t.


giovedì 10 maggio 2018

Sospesi



Non sei stato un padre semplice da amare. Io so di esser stata una figlia altrettanto complicata nella sfera degli affetti.
Tu una roccia, io una goccia capace di sfinire con infinite richieste.
Tu un muro, io una tempesta.
La nostra è stata una sfida costante, una partita il cui risultato finale veniva giornalmente rimandato.
Persino l’ultimo giorno, in quella camera d’ospedale, poco prima che ti portassero in sala operatoria, abbiamo avuto il nostro quotidiano, vitale scontro.
Tu che mi rispondevi sempre il contrario di quello che avrei voluto sentire.
Io che replicavo “bianco”, quando tu affermavi “nero”.
Così è stato da sempre finché, pochi istanti prima di perderti, mi hai stretto la mano tre volte: il nostro segnale, il tuo addio in codice.
Tre volte, come le scampanellate che davi al citofono di casa, al tuo rientro.
Già, perché tu le chiavi di casa non le hai mai portate con te. Fino alla fine sei uscito senza chiavi, orologio, telefonino, libero da ogni vincolo.
Era il tempo a scorrere per te, al tuo ritmo.


giovedì 3 maggio 2018

Dei gelsi e dei giochi





















(photo web)

Hai sempre raccontato molto di te, divagando dai ricordi d’infanzia agli aneddoti capitati durante le tue giornate di lavoro.
Oggi le tue parole sono strette in un gomitolo che sto cercando di dipanare. Mi pare di non aver prestato abbastanza attenzione quando avrei dovuto.
Ho perso  troppi dettagli della tua vita. Buchi temporali, nomi, luoghi che ti sono appartenuti e che ora non ritrovo più.
Sono come un respiro trattenuto prima di compiere un salto. Il respiro si libera nell’atto stesso di lanciarsi nel vuoto, ma poi si dissolve in quella legge di gravità che ci vuole tutti ancorati al suolo.

Sei nato e vissuto sempre nella stessa casa.
Fa quasi impressione pensare a ottanta e più anni con le radici a cercare linfa ogni istante nello stesso punto.
Ti immagino come un gelso, una delle piante che riempivano i tuoi racconti bucolici, quando nella cerchia del tuo narrare includevi i parenti più lontani, quelli che vivevano in campagna, quelli che allevavano bachi da seta.
Sai, pochi giorni prima del tuo crollo avevo visitato un museo molto particolare a Soncino, in cui avevo visto con i miei occhi quello che mi avevi più volte spiegato.
Sulla mensola, in un bicchiere di vetro, tre bozzoli che non ho fatto in tempo a mostrarti.
Tu, come un gelso, creatura forte e generosa, resistente alle variabili del tempo, dal tronco possente e radici robuste , capaci di contenere il terreno.
Contenere: un verbo che ti apparteneva.
Avresti voluto contenere tutto il mondo di chi ti stava accanto, farti carico dei pesi, filtrare ogni male…
Un abbraccio talvolta invadente.
Prendere o lasciare. Tu eri così.

Attorno a te il quartiere ha preso forma negli anni. O, forse, ne ha perso la sua forma originale, come spesso puntualizzavi.
Le strade, ora rigurgitanti di auto e racchiuse dalla continuità dei palazzi, un tempo erano teatro dei tuoi giochi.
Poche le abitazioni, rari i passaggi di automobili, molti i terreni liberi.
XXX:  ricordo il nome di questo tuo amico di cui non ho un viso da associare, nonostante lo abbia visto più volte.
La memoria cancella indizi, o forse, benevolmente, li nasconde.
XXX, il ragazzo che invidiava la tua chioma ribelle da leone.
Quello con cui hai trascorso tante ore a giocare alla “lippa”, una sorta di baseball nostrano di cui elencavi strane regole, incise a canovaccio.
La scelta scrupolosa dei legni da utilizzare per dar vita, ognuno con le proprie mani, ad una mazza e all’oggetto da colpire, un cilindro con due punte ai lati.
Chiudo gli occhi e divento spettatrice di una delle tante sfide: un colpo secco ad una delle punte del cilindro posto all’interno di un cerchio tracciato a terra.
Il legno si solleva roteando; un secondo colpo per centrarlo e spedirlo il più lontano possibile.
La direzione poco conta; l’importante è la distanza.

Già. La distanza…
a.t.