giovedì 10 maggio 2018

Sospesi



Non sei stato un padre semplice da amare. Io so di esser stata una figlia altrettanto complicata nella sfera degli affetti.
Tu una roccia, io una goccia capace di sfinire con infinite richieste.
Tu un muro, io una tempesta.
La nostra è stata una sfida costante, una partita il cui risultato finale veniva giornalmente rimandato.
Persino l’ultimo giorno, in quella camera d’ospedale, poco prima che ti portassero in sala operatoria, abbiamo avuto il nostro quotidiano, vitale scontro.
Tu che mi rispondevi sempre il contrario di quello che avrei voluto sentire.
Io che replicavo “bianco”, quando tu affermavi “nero”.
Così è stato da sempre finché, pochi istanti prima di perderti, mi hai stretto la mano tre volte: il nostro segnale, il tuo addio in codice.
Tre volte, come le scampanellate che davi al citofono di casa, al tuo rientro.
Già, perché tu le chiavi di casa non le hai mai portate con te. Fino alla fine sei uscito senza chiavi, orologio, telefonino, libero da ogni vincolo.
Era il tempo a scorrere per te, al tuo ritmo.


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