mercoledì 21 febbraio 2018

Il senso di una meta

Quello che mi resta come fil rouge delle nostre vacanze in montagna e, in particolare, delle rare volte in cui tu hai condiviso con noi la gioia di raggiungere "la vetta", è la differenza abissale fra il tuo vivere la montagna e quello dello zio.
Vorrei che le mie fossero parole lievi, semplici riflessioni, prive di polemica.
I miei occhi hanno sempre colto il rigore dello zio nel preparare ogni gita: tutto doveva essere perfetto, dal percorso studiato sulle piantine, alle tappe programmate, ai possibili cambi di programma dettati da cambiamenti climatici.
Lo zaino dello zio era l'emblema della precisione: nulla fuori posto, lo stretto indispensabile. Si partiva sempre all'alba, per evitare di trovarsi con il sole a picco a metà percorso e uscirne ustionati per il riverbero dei raggi sulle rocce.
In fila indiana, guai a superare lo zio ( unico a sfuggire a questa regola, il cugino P.. Non ho mai compreso il perché.) .
Il suo ritmo da motore diesel, costante, senza interruzioni, ci permetteva di arrivare alla meta senza lasciare il cuore per strada, senza implorare una bombola d'ossigeno.
Su un altro pianeta, tu.
Ti osservavo, captavo la difficoltà con cui tenevi a bada la tua voglia di sconvolgere le regole dello zio.
Il tuo vivere la montagna è sempre stato meno rigoroso. Non che ti mancasse il rispetto per le alte cime, ma ti approcciavi ad esse con più semplicità.
Dal tuo zaino pendeva sempre un maglione, che dondolava al ritmo dei tuoi passi. Se non era un maglione, era una giacca a vento affrancata ad una cinghia esterna. Non mi addentro, poi,  nel particolare dei panini e delle patatine e di tante altre specialità gastronomiche che facevano inorridire lo zio. A te, però, mancava la micro-fiaschetta dall'alto contenuto alcoolico, assolutamente vietata a noi minorenni.
Ogni tanto chiedevi di far tappa, per osservare il panorama. Avresti voluto stenderti sull'erba in più riprese, o sederti su una roccia per respirare fino in fondo l'aria limpida dei monti. Impossibile: la marcia doveva proseguire fino alla tappa programmata. I muscoli delle gambe dovevano restare caldi.
 Mi manca questo tuo vivere la montagna, che non significava "raggiungere la vetta" a priori, ma assaporare passo-passo ogni centimetro del sentiero, fermarsi per osservare i fiori, per ascoltare il richiamo degli uccelli, seguire il profilo dell'orizzonte.
Probabilmente, se avessimo seguito il tuo ritmo, una settimana non sarebbe bastata per arrivare alla meta.



Luglio in montagna



Luglio in montagna e settembre al mare.
Così trascorrevano le nostre vacanze di bambini, ma tu in montagna ci accompagnavi soltanto: dovevi tornare in città a lavorare.
Andavamo in un paesino, allora quasi sconosciuto, nel cuore delle Dolomiti di Brenta, in affitto, in un’enorme casa con giardino che ospitava noi e i cugini.
Ricordo ancora l’immensa cucina, gli stanzoni in cui tutto profumava di fieno, il grande corridoio, le finestre dalle ante cigolanti e le due rampe di scale che scendevo a cavalcioni dello scorri-mano, quando non vista dagli zii, pena sgridate da far rabbrividire.
I cugini erano con mamma e papà; noi senza di te e questo particolare a me risultava incomprensibile.
 Dovevo aspettare un mese per rivederti e il giorno del nostro ritorno in città aveva sempre un che di speciale.
In casa l’aria era carica di scintille: gli zii e la mamma alle prese con le valigie da ultimare, la casa da riassettare, i vicini e amici da salutare.
Tu sempre un po’ sopra le righe, preferivi prendere le distanze da tutto quell’affanno e ci portavi a dare un ultimo saluto alla pineta che si estendeva poco fuori il paese.
Mano nella mano, un ricordo indelebile e che da allora riaffiora ogni volta che avverto il profumo della resina. Tu che ci parli come il più esperto dei botanici, tu che riconosci il canto degli uccelli, tu che ci fai sedere al centro di una piccola radura e ci chiedi di osservare con attenzione la vita che scorre fra i fili d’erba. 


lunedì 19 febbraio 2018

La prima immagine che ho di te


In un gioco a ritroso nel tempo, cerco la prima immagine che ho di te e che non sia in qualche modo legata ad una foto.
Mi ritrovo allora nella mia stanza, nel pieno di un ricordo sbiadito che, nonostante tutti gli anni trascorsi, resta indelebile pur nei suoi contorni sfumati.
Io nel lettino di metallo con le sponde di rete sollevate, tu chino su di me a cercare di calmare il mio pianto.
Non avevo ancora tre anni.
La parotite in pieno.
Era appena nato M.
La catena di sensazioni è solidissima: la tua mano che mi rassicura, la tua voce che sento ancora nitidamente, il mio dolore che per un po’ scompare.
Tanti anni dopo, durante una seduta di training autogeno, mi fu chiesto di agganciare la mia mente ad un pensiero capace di rilassarmi, una sorta di àncora di salvataggio, di baia sicura.
Io lo possedevo da sempre “quel pensiero”, da quel giorno lontano, da quel tuo semplice tocco di mano.

Torno indietro nel tempo, un passo ancora, a quella corsa in auto.
Mi ero appena disarticolata una spalla lasciandomi penzolare come una scimmia, mentre ero mano nella mano della mamma.
Rivedo la rampa di scale che portava a casa, il mio cappotto rosso, tu che mi porti in braccio fino all'auto. Sento il dolore di allora, la tua voce, la voce della   signora “XXX”, la mitica signora "XXX" che aggiustava arti e schiene con un paio di sapienti manovre.
Una stanza piccola, un lettino o forse il ripiano di un mobile, la finestra alle mie spalle. Nella testa ho ancora il mio pianto acuto, particolare attorno al quale tu in seguito scherzasti sempre.
Sì, perché il nomignolo con il quale mi ribattezzasti quel giorno e che hai continuato ad appiopparmi fino all’ultimo, nonostante il mio imbarazzo, mi legava ad un personaggio del Carosello – Tata – che aveva un singolare modo di piangere…
Clack: la mia spalla torna come nuova e il ricordo svanisce lì, nel nulla.

Un altro frammento, che non riesco però a collocare sulla linea del tempo. Probabilmente avrò avuto quattro anni, perché poi imparai a sciare e abbandonai per sempre lo slittino rosso che avevo ricevuto in dono a Natale.
Rivedo un campo innevato: eravamo dai nostri parenti di Maggio.
Inizia la mia discesa e quel ricordo ogni volta mi porta un sussulto al cuore.
Tu che gridi di fermarmi, io che non ti ascolto, come rapita dal rumore del vento che mi si stampa sulla faccia.
Poi non so come, mi ritrovo in un cumulo di neve fresca e poco dopo arrivi tu, trafelato.
Non ho più memoria delle tue parole, ma solo un lampo di pochi attimi in cui siamo a pochi metri da un profondo avvallamento e tu mi tieni stretta per la mano.



Un vuoto colmo di te



Le strade, il quartiere, la casa, il giardino, sono sopravvissute a te.
Senza te.
Le vie che hai percorso per anni in auto e in bici, il Parco di cui conoscevi ogni centimetro, la tua città, non ti appartengono più.
La morte è un buco nero che concede, forse, altra cittadinanza.
Ogni volta che varco il cancello dal quel 20 marzo, un'onda mi assale.
La tua bicicletta davanti alla porta del garage, la scala appoggiata al muro, la canna da pesca sul tavolo, i bulbi dei tulipani nella cassetta di legno.
Ogni immagine si accartoccia su se stessa e svanisce.
Il cortile respira, muto.
Oggi la giornata è gelida.
Mi fermo ad osservare la striscia di terreno dove ogni anno piantavi i fiori.
Stanno spuntando ancora, anche quest'anno.
Fra qualche giorno sarà un'esplosione di colori e profumi.
Un vuoto, colmo di te.


Scrivere: la cura

 “…meglio di qualsiasi incantesimo, scrivere è la medicina, l’elisir dell’oblio alloggiato nella strana farmacia che ogni povero artista si porta nell’anima”.  Frigyes Karinthy - Viaggio intorno al mio cranio


...
solo traducendo il dolore in parole, potrò dare un senso alla tua partenza. 
Mai il dolore e l’impotenza provati potranno esser cancellati. 
Mai potrò tornare indietro, per cercare per te una morte migliore, ma quegli ultimi minuti passati a leggere l’affievolirsi del tuo respiro e a detestare il rumore della macchina che ti teneva in vita, da incubo diventeranno almeno ricordo.

mercoledì 14 febbraio 2018

Il nome di mio padre



E’ il mio primo giorno di scuola. Grembiule bianco, fiocco rosso, treccine.
Dover restare chiusa in un'aula, educatamente seduta accanto a tanti altri bambini che non conosco, alcuni dei quali piangono lacrime a me ignote, mi fa superare in breve la soglia della sopportazione.
Abituata a correre, a muovermi, saltare, il primo impatto con la scuola non è stato dei migliori.
La maestra traccia strani ghirigori alla lavagna e ci chiede di copiarli sul quaderno. Ogni misterioso segno giace accanto ad un disegno stilizzato. Riconosco un fiore: “fiore” la prima parola che imparo a scrivere, direttamente in corsivo.

Poi il vuoto, i miei ricordi si spengono fino al momento in cui vengo chiamata alla cattedra per le domande di rito. Non capisco perché la maestra voglia sapere come mi chiamo e chi siano i miei genitori: nessuno glielo ha detto? Rispondo con la sfrontatezza che allora mi distingueva, ma quando pronuncio il nome di mio padre, la maestra mi guarda come fossi un’aliena.
- “ Il mio papà si chiama Pino e basta!”-
Impossibile, secondo la maestra.
- “Cara, ti stai confondendo. Il tuo papà si chiama Filippo!”.
La prima svolta della mia vita, la prima di tante altre. Scoprire il vero nome del proprio padre con tali modalità ha un che di pirandelliano.

Oggi sorrido ricordando le volte in cui ho rinfacciato questa mia personalissima tragedia a mio padre. Ogni volta lui rideva divertito, ben sapendo della mia rigidità mentale che esclude a priori ogni sfumatura. Già, perché per me lui, fino al citato scontro verbale con la maestra, era sempre stato Pino. Pino per mia madre, Pino per gli amici, per gli zii. E una ragione c’era e lui la raccontava ogni volta, con l’ironia che lo ha sempre contraddistinto. “Mai rivelare la propria identità, soprattutto alle donne!”. Detta così, sembrerebbe la massima di un grande donnaiolo e ogni volta la discussione fra me e lui si animava. Per me era inconcepibile questo cambio di identità.
Solo ora comprendo: mio padre ha amato fino alla fine mia madre di un amore puro, sublime, infinito. Per le altre prima di lei( alle quali “neppure un basin era possibile dare, allora”…ci teneva a ribadire, cambiando tono ed espressione sul viso) era solo “Pino”.
E da lì, l’equivoco, preso al volo dagli amici, dai conoscenti e in seguito dalla mamma, dagli zii.
Pino: il mio “primo” papà.