giovedì 22 marzo 2018

Neve


(…) Se dico “neve” i miei pensieri si alternano fra due poli estremi.
Da una parte “la grande nevicata del 1985”, tragicamente legata alla scomparsa dei nonni. La morte, già così inconcepibile quando giunge inaspettata, diventa un peso apocalittico se la natura ti impone barriere invalicabili, sotto le sembianze di candide coltri, capaci di paralizzare il quotidiano.
Dall’altra la neve che scoprivamo da bambini, quando ci chiamavi le rare volte in cui capitava che tu fossi di riposo e che quel tuo giorno libero coincidesse con una magica nevicata notturna.
Alla finestra della tua camera passavamo un tempo che pareva dilatato in un’altra dimensione, gli occhi fissi ad osservare le chiome degli abeti che sopportavano l’immacolato peso.
Ci dicevi di osservare con quanta forza gli alberi fossero in grado di trattenere migliaia di fiocchi, per poi liberarli, in un gioco a cascata, al primo soffio di vento. E noi lì, a contare i secondi, a scommettere su quale sarebbe stato il primo ramo a cedere, a immaginarci sotto quella cascata, le braccia aperte, lo sguardo al cielo. (…)



Luglio

(…)Luglio in montagna e settembre al mare.
Così trascorrevano le nostre vacanze di bambini, ma tu in montagna ci accompagnavi soltanto: dovevi tornare in città a lavorare.
Andavamo in un paesino nel cuore delle Dolomiti di Brenta, in affitto, in un’enorme casa con giardino che ospitava noi e i cugini.
Ricordo ancora l’immensa cucina, gli stanzoni in cui tutto profumava di fieno, il grande corridoio, le finestre dalle ante cigolanti e le due rampe di scale che scendevo a cavalcioni dello scorri-mano, quando non vista dagli zii, pena sgridate da far rabbrividire.
I cugini erano con mamma e papà; noi senza di te e questo particolare a me risultava incomprensibile. Dovevo aspettare un mese per rivederti e il giorno del nostro ritorno in città aveva sempre un che di speciale.
In casa l’aria era carica di scintille: gli zii e la mamma alle prese con le valigie da ultimare, la casa da riassettare, i vicini e gli amici da salutare.
Tu sempre un po’ sopra le righe, preferivi prendere le distanze da tutto quell’affanno e ci portavi a dare un ultimo saluto alla pineta che si estendeva poco fuori il paese.
Mano nella mano, un ricordo indelebile e che da allora riaffiora ogni volta che avverto il profumo della resina. Tu che ci parli come il più esperto dei botanici, tu che riconosci il canto degli uccelli, tu che ci fai sedere al centro di una piccola radura e ci chiedi di osservare con attenzione la vita che scorre fra i fili d’erba. (…)



Settembre


(…) E poi, finalmente, ecco settembre e le nostre vacanze al mare.
Si partiva rigorosamente alle 02:00, perché, dopo un anno passato a guidare per le strade trafficate, tu volevi che il nostro viaggio fosse tranquillo.
Mamma e M. sul sedile dietro: per loro si apriva quasi istantaneamente il sipario del mondo dei sogni.
Per me era invece impossibile chiudere occhio: per un giorno potevo finalmente essere il tuo co-pilota, e ti tenevo sveglio con le mie domande improbabili, godendomi fino in fondo quel privilegio speciale.
Due anni in Puglia.
Un viaggio senza fine che ci portava in un paesino allora sconosciuto, in cui i bambini giocavano liberi per le strade, scalzi, con una fetta di pane fra le mani.
Un mare di cristallo, nel quale mi tuffavo dalla cima delle tue spalle. Ancora non sapevo ancora nuotare, ma all’acqua sono sempre appartenuta.
E poi l’Isola che tu hai sempre adorato, quella della tua luna di miele.
Ricordo ancora in nostro primo viaggio in nave. Appena a bordo tu che ci porti in ricognizione: un piano di emergenza perfetto che ogni anno poi rimettevi in scena. “Dove sono le scialuppe? I salvagenti? Le vie di fuga?...”
Io ti seguivo passo, passo divertita, mentre mamma, gli occhi rivolti al cielo, inorridiva ogni volta: aveva il terrore dell’acqua e passava le sue due ore fra le onde, in apnea. (…)


Animali & co

(...) Salita in auto, ricordo ancora la strana sensazione provata. Ogni giorno tu, il nonno o lo zio, passavate a prenderci alla fine della scuola. Solitamente restavi in auto; quella volta eri in piedi, accanto alla portiera, con un sorriso diverso dal solito. Mi facesti salire davanti e lì un altro segnale. Neppure il tempo di rimettere insieme i pensieri, mi giro e mi ritrovo faccia a faccia con un essere peloso che mi mostra, a suon di leccate, tutta la sua incontenibile gioia. Eri anche questo tu. Un padre il cui cuore ti riempiva con sorprese inaspettate, capaci di far vacillare i precari equilibri familiari. Già, perché avere per casa un cucciolo peloso che assaggia tutto, che marca il territorio alla minima emozione, che ulula ad ogni nota captata dalla radio, che ti scaraventa a terra con la sua irruenza, non è impresa semplice. E la mamma, povera mamy, ancora una volta alle prese con un fatto già compiuto. WHISKY divenne il terzo figlio; gli fu imposto un nome nuovo ( papà non voleva per casa "superalcoolici" !). Ufficialmente Cocky ( che fantasia!), "Cocher" ( con la R ben pronunciata) per il nonno R., che con l'inglese non voleva avere a che fare. Morale, Whisky-cocky-cocher imparò presto a rispettare la vecchia gatta Lola, a non varcare la soglia delle ziette del primo piano ( pena: urli sovraumani) e si prese talvolta le sue "rivincite" , approfittando dell'ingenuità dei piccoli ospiti del nostro cortile che, all'ora della merenda, vagavano nei pressi della sua cuccia. W-C-C era pur sempre un "cane da caccia"! (...)
Thank to my uncle for the old photo!


Ogni stagione ha impresso il tuo ricordo


(…) Ogni stagione ha impresso il tuo ricordo, ogni mese, ogni giorno della settimana.
Appeso in cucina rivedo il calendario dove la mamma segnava i tuoi turni: la tua vita scandita e programmata con strane sigle. LM-O-N.
Se nomino l’autunno ti rivedo in ginocchio a dissotterrare i bulbi dei tuoi fiori.
Un rito che si è sempre ripetuto ogni anno, tranne quest’ultimo. I bulbi sono rimasti sotto terra. Ti eri dimenticato e mi avevi detto: chissà se spunteranno questa primavera?
Adoravi i fiori, gli arbusti, le piante: i calicanti erano i primi che nominavi all’inizio della primavera, per il loro intenso profumo. Quel nome per me così difficile da pronunciare: ogni anno la tua domanda arrivava puntuale“ qual è il primo profumo che ci regala la primavera?”.
E poi i tulipani, i mughetti e le dalie.
Un giorno tornasti a casa con alcune piante di rose: le piantasti dedicandole a noi bambini.
Eravamo in tanti in quel cortile: ognuno di noi ebbe la sua rosa e la cosa sorprendente è che quella dedicata alla cuginetta che ci lasciò troppo presto ancora resiste, all’ombra del gelsomino.
Nel ripostiglio del nostro giardino i tuoi attrezzi sono ancora lì, immobili.
Non ho avuto il coraggio di spostarli.
Ho fatto piazza pulita di molte altre cose, vecchie e nuove.
Ma le tue vanghe millenarie dai manici tarlati, le tue zappe sderenate e tenute insieme dal fil di ferro, le forbici arrugginite, come pure l’immenso mondo che ha popolato il banco di lavoro che fu prima del nonno e che poi tu hai arricchito di strani oggetti , tutto è lì, congelato, fermo.
Nomino l’inverno e ricordo il tuo vestirti a strati, buffissimo. Michelin: così ti chiamavo, senza comprendere la durezza del lavoro che pure tu hai così amato.
L’inverno e la nebbia che da bambina non sopportavo: un muro che mi impediva di vedere il tuo ritorno. L’inverno e la neve e il tuo sciare stile Zeno Colò.
Eri un autodidatta e con i tuoi sci di legno e il cappello con il pon-pon era così bello vederti sfidare piste impossibili ai miei occhi di bambina. Pian dei Resinelli: tu il mio primo maestro e anche il mio privato skilift. Su e giù per quelle brevi piste e un pezzo di cioccolato a merenda: uno strappo alle rigide regole alimentari della mamma.
(…)


Via Italia e Largo Mazzini: ora e allora

(…) Percorro le vie del centro dopo mesi.
Rallento il passo fra via Italia e L.go Mazzini.
Tutto è cambiato da allora, ma la mente ha poteri speciali, trasforma in tessere di mosaico i frammenti del nostro Tempo, li estrapola dallo scorrere perpetuo, li esonera dal loro esser già trascorsi. Sono sensazioni che durano attimi, attimi profondi.
Mi trovo negli stessi luoghi che ti hanno visto, giorno dopo giorno, per anni. Metri quadri di suolo, di muri, che hanno abbracciato la tua vita, il tuo lavoro.
Oggi il vento muove l’aria di questo luglio infuocato: vorrei fosse un segno, una traccia, un segnale, una presenza.
La mamma ogni tanto ci portava a salutarti proprio qui, in queste vie, ed era come scoprire una papà nuovo, diverso, da condividere con il resto del mondo.
Ti correvo incontro, sapendo già che con la mano avresti fatto il gesto di rallentare il passo e che, appena giunta da te, mi avresti raddrizzato il collo del cappotto.
Avresti voluto vedermi sempre in ordine, forse anche più femminile nell’incedere . Sfide, queste, che quotidianamente ti ho lanciato, fino all’ultimo dei tuoi giorni e che tu raccoglievi di petto, non smettendo mai di sfiorarmi la schiena con due dita, perchè assumessi un portamento meno goffo e di sistemarmi le etichette penzolanti o i capelli davanti agli occhi.
Sai, ho sempre temuto di abbandonare i miei panni di ribelle. Potevo prevedere ogni tua risposta alle mie richieste, ogni tua reazione, cambio d’umore, mimica facciale. Avrei potuto essere la figlia perfetta, ma sarebbe stato un gettare la spugna, interrompere una partita troppo intensa, speciale, a tratti anche divertente. (…)


Un padre in viaggio


(…) Con la Lambretta hai percorso per anni chilometri e chilometri. Il tuo primo impiego ti portava dai clienti disseminati in ogni angolo della Brianza. La valigetta con i tuoi appunti agganciata al sedile posteriore e un foglio di giornale fra la “maglia della salute” e la camicia. Questo particolare mi sempre fatto sorridere, immaginando lo scricchiolio della carta ad ogni tuo movimento. Tu mi rispondevi, sempre serissimo, che era un rimedio infallibile contro il freddo.
E poi la tua prima auto, un modello in miniatura di cui sei sempre andato orgoglioso. Guardo ora la foto che ti ritrae nella nostra via, quando ancora nessun palazzo si sovrapponeva ad oscurare l’orizzonte. Tu, accanto al gioiellino che probabilmente ti conteneva a malapena. Come potevi starci comodamente, con tutti quei centimetri d’altezza che ti hanno sempre contraddistinto?
Il cambio di lavoro di qualche anno più tardi ha consolidato la tua passione per le auto, una passione che si traduceva in una maniacale cura del mezzo di trasporto che tu definivi “ tuo socio”. Mi correggo, “tua socia”, perché ad ogni auto attribuivi il nomignolo di “Mariuccia” e, quando tornavi a casa la sera, ti ho spesso visto sfiorare con una carezza il volante e sussurrare “ brava, anche oggi hai fatto il tuo dovere”. Sempre pulita, perfetta, perché, mi spiegavi, il rispetto dei clienti si misurava anche nell’ordine e nella cura con cui venivano accolti. Controllato e monitorato quotidianamante il motore, di cui conoscevi ogni particolare e di cui eri in grado di percepire il minimo problema. La sera, un altro rito: l’apertura del cofano. Io assistevo in religioso silenzio e ti osservavo mentre controllavi i livelli, ti ascoltavo mentre mi spiegavi i misteriosi arcani della cinghia di trasmissione…
Un padre in viaggio sei stato: la bicicletta il tuo ultimo mezzo, piena di lacci e laccetti, perché la mania di trasportare non ti ha mai abbandonato…(…)


mercoledì 21 marzo 2018

21 marzo 2018


Un filo ininterrotto
 la tua passione per i fiori. 
Puntuali,
si sono affacciati alla vita
anche quest'anno.



lunedì 19 marzo 2018

venti marzo duemiladiciasette

Padre,
non sono riuscita a proteggerti,
a riportarti indietro.
Mio cavaliere,
quale peso aveva la tua armatura
e in quale paradiso sei,
ora che i tulipani del nostro giardino
sono esplosi in mille colori?
Perdonami
se adesso mi sento in balia del vento.
Perdonami
se non riesco a chiudere gli occhi,
perché temo di rivivere
i tuoi ultimi istanti.
Dammi il tempo di riavvolgere i ricordi,
fino a quel giorno in cui
tu iniziasti a parlarmi di fiori,
del canto degli uccelli,
del mare,
dei semi da piantare con amore sottoterra
prima di ogni nostro inverno.

venerdì 16 marzo 2018

16 marzo 2018



Scendo nella cantina della mamma per appoggiare alcune bottiglie sullo scaffale.
C'è una pila di vecchi libri da spostare: non dovrebbero essere lì.
Li scorro velocemente; non mi ricordo di averli mai visti in casa dei miei.
Poi un titolo mi fa sobbalzare: " Il facchino delle anime".
Quante volte ho sentito quella frase. Mio padre lo ha sempre chiamato così.
Un passo indietro.
Solo un anno fa lottava fra la vita e la morte. Solo un anno fa, cercando la tessera sanitaria nel suo portafoglio avevo trovato l'immagine di quel don Luigi Talamoni la cui storia era per certi versi legata a quella di mio padre.
Solo un anno fa misi quella stessa immagine nella tasca dell'ultima giacca che indossava, prima della cremazione. Cenere tornerai: tutto ridotto in un'unica cenere.
Nel lontano 1966, il 20 maggio per la precisione, la salma del Padre fondatore delle Suore Misericordine di Monza, proprio quel Luigi Talamoni, durante una delle fasi del lungo processo di beatificazione, era stata riesumata dal vecchio cimitero.
Mio padre fu uno dei testimoni laici di quel momento.
Il fatto, raccontato così, potrebbe prendere una sfumatura macabra, ma mio padre riusciva ogni volta, attraverso la sua voce rotta dall'emozione, a trasformare quel semplice gesto dell'accogliere fra le mani un teschio, in qualcosa di speciale.
Qualcosa di profondo deve essere veramente accaduto nella sua anima e nei suoi pensieri in quel lontano giorno.


mercoledì 14 marzo 2018

14 marzo 2018

(da archivio foto Mombello- a.t.)

Quattordici marzo duemiladiciassette. Ripercorro quel giorno attraversando immagini.

Mi ritrovo in un sentiero ancora privo di senso.

Nella corsia di un ospedale il tuo verdetto è già scritto e le imposte per te si chiudono al mondo.



Fuori la luce.

Dentro un quadro immobile.
Nessun paesaggio oltre le grate.




Solo pensieri che,
aggrappati alla ragnatela del presente,
 infrangono il muro del tempo,

mentre ciò che è disegnato attorno alla vita resta lì, perfetto.